Una mano sulla corda. Uno scarpone che cerca presa. Sotto, l’acqua continua a correre. Il cuore verde sulle magliette bianche dei MAGÀ attraversa il bosco, scende verso il fiume, si ferma davanti alle cascate. Questa domenica ci chiederà attenzione e fatica. E ci restituirà una gioia che, alla fine, avrà il sapore di un brindisi condiviso.
Prima dei passi, un desiderio
L’escursione alle Cascate di Calabritto nasce tempo fa, fortemente voluta da Claudia Magà. Ci sono idee che tornano nei discorsi finché qualcuno dà loro una data. Questa ha trovato il suo giorno: 11 ottobre 2026.
La preparazione è minuziosa. Leonardo è il principale riferimento per accompagnare il gruppo; io lo affianco. Prima delle fotografie, prima della meraviglia, viene la responsabilità di portare le persone dentro un percorso che conosce la bellezza, ma pretende rispetto.
Il tempo ci assiste. I 26 MAGÀ sono puntualissimi, disciplinati, pronti. Otto auto si mettono in viaggio verso le cascate. Arriviamo intorno alle 10:15: adesso il progetto ha scarponi, zaini e volti. Si parte davvero.
Il ponte, il ruscello, la prima corda
Iniziamo la discesa verso i sentieri. Un primo ruscello ci accoglie, attraversiamo un ponte di legno e il rumore dell’acqua entra nella giornata. Da questo momento sarà la nostra colonna sonora: a volte un accompagnamento, a volte una voce così forte da prendersi tutto il resto.
Claudia è già entusiasta. E non ha ancora visto quasi nulla. La guardo e penso che desiderare a lungo un posto ti prepari a riconoscerlo già nei suoi primi dettagli.
L’obiettivo iniziale è il sentiero 3, verso la zona nuova delle cascate. La discesa si fa decisa; occorre tenersi alle corde. Le mani stringono, gli occhi cercano l’appoggio. Il fondo è scivoloso: basta poco perché un passo distratto diventi una difficoltà.
Le prime due cascate ci aspettano in fondo. Ci fermiamo, fotografiamo, proviamo a raccogliere quella bellezza. Poi il percorso ci richiama. Il fango rimane sotto le scarpe e l’attenzione deve tornare sotto i piedi.


Le Gemelle e la Regina
Arriviamo al fiume. Qualcuno cerca di pulire le scarpe sporche di fango: una piccola parentesi pratica in mezzo a tanta meraviglia. Li guido verso le Cascate gemelle di San Biagio. Il cartello dà un nome a ciò che stiamo cercando; l’acqua gli dà vita.
Proseguiamo costeggiando lo Zagarone, come lo ricordo nel nostro cammino. E poi arriva lei: la cascata ru lu Tuornu, la Regina delle cascate di Calabritto.
Si presenta davanti a noi come un gigante di inaudita bellezza. La roccia la incornicia, l’acqua ne disegna la forza. Il corpo si ferma; gli occhi continuano a salire. Per qualche istante il percorso, il fango, la discesa sulle corde diventano il prezzo felice di essere arrivati qui.
Il gruppo MAGÀ ci segue instancabile. Tutti con la maglietta bianca e quel cuore verde: disciplinati come un esercito collaudato, ma con una missione bellissima, riempire gli occhi. Nel bosco quelle magliette si riconoscono subito. Sono il filo umano della nostra avventura.


La fatica ci tiene aggrappati alla corda. La meraviglia ci fa alzare gli occhi.
Guadi, canyon e un sorriso
Occorre superare il fiume in più punti. Cerchiamo gli appoggi, attraversiamo come marines dentro una piccola missione d’acqua e di roccia. La scena ha tutta la forza di un ambiente wild: canyon maestosi, passaggi che chiedono concentrazione, acqua che continua a muoversi mentre noi dobbiamo scegliere dove fermare il piede.
La fatica cresce anche così, nel controllo continuo. Le gambe lavorano, le mani aiutano, la testa deve restare sul passaggio. La sofferenza qui è lo sforzo di mantenere l’equilibrio quando vorresti soltanto guardarti intorno. La bellezza ti chiama; il terreno ti trattiene.
Daria sorride. Quel sorriso diventa per me il simbolo della giornata. In mezzo all’attenzione, al fango e ai guadi, c’è qualcuno che riesce a far vedere con il volto quanto siamo felici di essere qui.
Poi è la volta di un ponticello abbastanza instabile. Si attraversa con prudenza. Claudia perde gli occhiali: finiscono nel fiume e si inabissano. Un attimo, e l’acqua se li porta via. In questa avventura il fiume si prende anche un piccolo, involontario souvenir.


Sentiero 5: il momento di scegliere
Arriviamo al sentiero 5. Bisogna decidere chi è in grado di proseguire e chi deve aspettare. È un tratto impegnativo: occorre usare le corde, costeggiare strapiombi, guadare ancora il fiume.
Qui accompagnare significa anche saper distinguere. Ciascuno ha il proprio limite e merita che venga rispettato. L’entusiasmo non può decidere da solo. Fermarsi ad aspettare è una scelta che fa parte dell’escursione quanto continuare.
Per chi prosegue, il cammino stringe la sua richiesta: presenza, appoggio, controllo. Un passaggio dopo l’altro, la fatica diventa concreta. Poi si apre la visione di un gioiello: una cascata in cui l’acqua sembra scorrere lenta, quasi al rallentatore.
Dopo tanto cercare equilibrio, lo sguardo può finalmente abbandonarsi. Il film cambia velocità. Prima le mani sulle corde, i piedi sui sassi, l’impegno di avanzare; adesso quell’acqua che sembra avere tutto il tempo del mondo.
Si ritorna. La gioia ci accompagna, ma il percorso richiede ancora la stessa attenzione. Il premio negli occhi non asciuga le rocce.


Quasi settanta: due strade per continuare
Ci ricongiungiamo al gruppo degli Irriducibili, che ci seguiva a distanza. Un breve saluto tra Pasquale e Claudia, i riferimenti dei due gruppi, e si riparte. Adesso siamo quasi settanta. Troppi, per procedere tutti insieme in questi passaggi.
Decidiamo di dividerci. Io e Leonardo continuiamo con i MAGÀ verso le Cascate di Bard’natori; gli Irriducibili proseguono verso la Madonna del Fiume. Il cammino ritrova una misura più gestibile.
Il tempo mantiene. Ci concediamo un breve pranzo ai bordi della cascata. Il corpo finalmente si ferma, il rumore dell’acqua resta. Mangiare qui significa portare alla bocca qualcosa e continuare a nutrire gli occhi.
Claudia annuncia che al ritorno ci sarà una sorpresa. Vedremo. Per ora mi tengo quella promessa accanto al rumore della cascata: il finale della giornata ha ancora una scena da mostrarci.


Il ritorno e l’attesa
Porto con me quattro MAGÀ e ritorniamo alle auto. Leonardo prosegue con gli altri e li guida verso la Madonna del Fiume. Le nostre strade si separano per quest’ultimo tratto, dentro la stessa giornata condivisa.
Alle auto ci riposiamo. Il corpo può lasciare andare la tensione del percorso. Io rimango in attesa della sorpresa annunciata da Claudia. Dopo corde, guadi e cascate, che cosa avrà preparato?
Passa circa un’ora. Eccoli, arrivano. Stendono i teli. Si aprono le auto. E a quel punto capisco che la missione non è affatto finita.
Goldrake e il gran finale
Dalle auto esce di tutto. Mario indossa la sua maglietta con GOLDRAKE sulla schiena. Ci siamo: dopo il capitolo selvaggio, entra in scena la squadra del ristoro. E l’equipaggiamento è decisamente all’altezza.
Vino a fiumi. Pizzette, cornetti salati, formaggi, pizza con l’erba, parmigiana. Poi i dolci. Un tripudio di prelibatezze. La sorpresa prende forma sui teli e il pranzo veloce alla cascata sembra ormai soltanto il trailer di questa festa.
La fatica trova finalmente dove sedersi. La gioia passa di mano in mano, insieme al cibo e ai bicchieri. Poco fa contavamo gli appoggi; adesso scopriamo quante cose buone possono uscire da un’automobile. La giornata ha un gran senso del ritmo.
Arriva un brindisi a me e a Leonardo. Lui non è con noi: si è trattenuto con gli altri amici degli Irriducibili. Ma il suo nome è qui, dentro quel grazie, insieme ai passi con cui ha accompagnato il gruppo.
Mi godo questo finale. Le cascate ci hanno regalato lo spettacolo; le persone stanno dando al ricordo il suo calore. Il cuore verde sulle magliette bianche, adesso, sembra proprio il simbolo giusto.





Il ricordo che resta
Il fango si lava. Questa domenica rimane.
Ripenso alla prima corda, alle scarpe sporche, ai guadi. Alla Regina davanti a noi. A Daria che sorride, agli occhiali di Claudia scomparsi nell’acqua, al sentiero che ci ha chiesto di scegliere. E poi alle auto aperte, a Goldrake, ai teli trasformati in una tavola di festa.
Una nuova giornata. Una nuova avventura. Un nuovo ricordo da incorniciare.
Grazie a Claudia per aver desiderato e voluto questa escursione. Grazie a Leonardo per averne guidato il cammino. Grazie ai MAGÀ per la puntualità, la disciplina, l’energia e quella generosità che ha riempito il finale. A Daria per il sorriso che mi porto negli occhi. A Pasquale e agli Irriducibili per l’incontro lungo il percorso.
Grazie, ragazzi, per essere stati con noi. E grazie a noi tutti per esserci regalati una giornata così.
Torno con un pensiero semplice: voglio custodire sia la bellezza raggiunta sia lo sforzo che ci è voluto per arrivarci. Quando rivedrò queste fotografie, sentirò anche l’acqua, ritroverò il peso di un passo incerto e poi il sollievo di averlo superato. Infine, quel brindisi.
Missione Calabritto compiuta. Ventisei cuori verdi, una domenica intera da portare dentro.
I nomi lungo il percorso · I cartelli fotografati
Le fotografie riportano «Cascate gemelle di San Biagio», «Cascata ru lu Tuornu» e «Cascate di Bard’natori». Il pannello della Tuornu indica un dislivello complessivo di 20 metri. Il pannello di Bard’natori descrive cinque salti e uno scivolo, con un dislivello complessivo di 70 metri: la misura riguarda l’intera successione, non il singolo salto fotografato. Il gioiello raggiunto dal sentiero 5 resta descritto senza attribuirgli un nome non verificato.



Antonio Iaccheo · SKORPION SK007
11 ottobre 2026 · Cascate di Calabritto
Claudia Magà · Leonardo Famiglietti · Gruppo MAGÀ