Ci sono escursioni che fai per allenarti. E poi ci sono quelle che fai per ricordarti chi sei. Quella di oggi apparteneva alla seconda categoria.
Le montagne serie
Ore 8:30. Località Acqua Carpegna, Calvanico.
L’aria era fresca, quasi tagliente.
Quindici persone. Tutti puntuali. Tutti concentrati.
Nessuno parlava troppo.
Perché le montagne serie le riconosci subito.
Leonardo me lo aveva detto chiaramente: “Antonio, questa sarà durissima”.
Eppure qualcosa dentro di me aveva bisogno proprio di questo.
Di una vera escursione EE. Di quelle vecchio stile.
Di quelle dove la montagna non ti accarezza. Ti mette alla prova.
Contatto Massimo De Lisio.
Gentilissimo. Preciso. Professionale.
Uno di quelli che trasmettono sicurezza già dal tono della voce.
Le guide oggi sono Carlo e Massimo, che farà da chiudifila.
Il gruppo parte compatto. Passo veloce. Pause giuste. Nessuna teatralità inutile.
Solo montagna.
Mosè
Il sentiero entra subito nel bosco di faggi.
Luce verde. Silenzio antico.
Radici, pietre, foglie umide.
Cammino col mio bastone trovato lungo il percorso: una mazza lunga, ruvida, quasi primitiva.
Qualcuno inizia a chiamarmi scherzosamente: “Mosè”.
E in effetti quella mazza, oggi, sarebbe diventata molto più importante del previsto.
Faiostello: il primo assaggio dell’infinito
Prima del Monte Mai, nove di noi decidono di salire sulla vetta del Faiostello.
Ed è lì che la montagna mostra il primo colpo di teatro.
Il panorama si apre improvvisamente.
Da una parte il golfo di Salerno. Dall’altra il golfo di Napoli.
Due mondi abbracciati dalla stessa luce.
E laggiù, lontanissimo, Pizzo San Michele.
Piccolo. Irraggiungibile. Quasi una provocazione.
Lo guardo e penso: “Ma davvero dobbiamo arrivare fin lì, cresta dopo cresta?”
Sembra impossibile.
Durante la discesa dal Faiostello procedo con cautela. I tratti sono tecnici. Le rocce tradiscono.
Aurora, agilissima, si muove come se facesse parte della montagna stessa.
Mi guarda sorridendo: “Devo venirti a prendere?”
Ridiamo tutti.
Ma dietro quella battuta c’era qualcosa di bello: uno spirito protettivo verso il gruppo.
Aurora osservava tutti, silenziosamente.
A fine escursione le avrei chiesto: “Ma chi ce lo fa fare?”
La sua risposta sarebbe stata semplice. Pulita. Vera.
“L’amore per la natura.” Ed era sufficiente così.
Monte Mai: 1.607 metri
Per raggiungere il Monte Mai bisogna meritarselo.
Tratti esposti. Passaggi tra le rocce.
“Masso!”, grida qualcuno.
Bisogna stare attenti a dare spazio a quelli che sono più sopra.
La concentrazione aumenta. E anche la fatica.
Sentieri stretti. Vuoto accanto.
Qui non puoi distrarti. Qui la montagna pretende presenza mentale assoluta.
Arriviamo finalmente in vetta.
Monte Mai: 1.607 metri.
Il primo vero traguardo.
Tiriamo fuori il libro di vetta.
Uno alla volta firmiamo.
E in quel gesto apparentemente semplice c’è qualcosa di profondamente umano.
Firmare un libro di vetta significa dire:
“Io ero qui. Ho avuto paura. Ho resistito. Ho continuato.”
Pranzo in cima. Sono le 12:30 circa.
Pane. Acqua. Silenzio.
Volti stanchi ma felici.
Dopo circa un’ora si riparte.
Direzione: Pizzo San Michele.
Ed è lì che inizia la vera battaglia.
Cresta dopo cresta
La stanchezza aumenta. Il monastero sembra non avvicinarsi mai.
Guardo in basso. Un passo alla volta.
Cerco di non pensare. Il bastone ormai è diventato il mio terzo appoggio.
In certi tratti, letteralmente fondamentale.
Poi arriva il punto peggiore.
Il sentiero si restringe in maniera micidiale.
Da un lato il vuoto. Qualcuno passa aggrappandosi alle radici.
Io avanzo facendo forza sul bastone. Centimetro dopo centimetro.
Ed è proprio lì che accade il momento più delicato della giornata.
Sabrina tende la mano verso Carlo.
Ma la presa sfugge.
Per un istante, il vuoto. Un brivido freddo dietro la schiena.
Ma Carlo reagisce con un riflesso incredibile.
Un balzo felino. La afferra. La riporta verso di sé.
Silenzio.
Perché in montagna basta un secondo. Uno soltanto. E tutto cambia.
Il rispetto assoluto verso il limite
Continuiamo. Salita. Discesa. Cresta. Pietre. Caldo. Vento.
Pizzo San Michele sembra irraggiungibile.
E io inizio a capire che oggi non sono al massimo.
Il respiro diventa affannoso. Le gambe non rispondono come vorrei.
Guardo l’orologio: 153 battiti. Troppi per come mi sento.
Capisco immediatamente che devo rallentare.
E lì arriva una sensazione che non provavo da tempo.
Una paura sottile. Non panico. Non terrore.
Ma il rispetto assoluto verso il limite.
Avevo sottovalutato lo sforzo. Sabato non avevo riposato. Il fisico stava presentando il conto.
Rallento. Ascolto il corpo. Mi concentro soltanto sul passo successivo, senza forzare.
Poi, all’improvviso, lo vedo.
Il monastero.
Non mi sembra vero. Finalmente.
Una scarica di adrenalina attraversa tutto il corpo.
Ce l’abbiamo fatta.
Esiste solo il vento
Massimo ci fa i complimenti come un comandante ai suoi uomini dopo una lunga missione.
E lì crollo.
Mi sdraio esausto sul telo.
Scalzo. Mi tolgo scarpe e calzini. I piedi mi bruciano.
Ho gli occhi chiusi. Il sole mi bacia il volto.
Guardo le vette attorno a me. Il cielo azzurro.
Sembra di stare in paradiso.
Vorrei restare lì. Ancora un po’.
In quel momento non esistono problemi, pensieri, tasse, telefoni, notifiche. Esiste solo il vento. E mi sento vivo.
Osservo Margherita mentre esegue il saluto al sole.
In quel luogo sacro sembra quasi una scena mistica.
Un rituale antico tra cielo e montagna.
La malinconia dolce della montagna
Ma adesso bisogna scendere. Ci vuole più di un’ora.
E mentre stiamo iniziando la discesa emergono i pensieri più profondi.
Come quelli di Mario, che parla con nostalgia di amici escursionisti che non ci sono più.
Compagni di sentieri. Compagni di avventure.
E in quel luogo dedicato a San Michele Arcangelo il suo pensiero corre inevitabilmente verso di loro.
C’è una malinconia dolce nella montagna. Perché ti ricorda continuamente quanto siamo fragili.
Le riserve d’acqua ormai sono finite.
I piedi fanno male. Desidero solo arrivare alla macchina.
Eppure inizio a fare le mie solite piccole interviste.
Chiedo a Sabrina: “Perché facciamo queste cose?”
Lei sorride: “Non lo so. Anche mia figlia me lo chiede…”
E forse è proprio questa la verità.
Non esiste una spiegazione completamente razionale.
Lo facciamo per la natura. Per il silenzio. Per l’avventura. Per la sofferenza che ci cambia.
Perché quando torni a casa sei più forte.
SKORPION · SK007
Fermare il tempo.
Il senso vero di queste imprese non è soltanto raggiungere una vetta.
Servono a guardarsi dentro. A capire quanto resisti, quanto sopporti, quanto cuore hai ancora.
E forse il vero motivo per cui scrivo questi diari è proprio questo: fermare il tempo.
Perché tra qualche anno, rileggendo queste righe, non ricorderò soltanto la fatica.
Ricorderò il vento. Le mani sporche di terra. Il bastone. Le risate. La paura. Il sole sulla faccia.
E soprattutto ricorderò che non ho mollato.
Che nessuno di noi ha mollato.
SKORPION · SK007
Il diario dell’escursionista
24 maggio 2026 · Monte Mai e Pizzo San Michele