Ci sono domeniche che cominciano ai piedi di un castello e finiscono per aprire una porta dentro di noi. Il 4 ottobre 2026, sul Monte Pizzone, siamo partiti in undici. E siamo tornati con qualcosa che nello zaino non entra: la gioia di esserci riusciti insieme.
Undici zaini, una promessa
Il punto di partenza è il castello longobardo di Monteforte Irpino. La sua presenza dà alla mattina il sapore di un’avventura: pietre antiche, scarponi pronti, una montagna che aspetta. Leonardo ha scelto l’escursione di oggi. Optiamo per Irpinia Trekking, essendo tesserati anche FIE, e ci ritroviamo in undici a condividere la stessa direzione.
A guidarci c’è Vito Rago. Cappellino alla Indiana Jones, pantaloncini corti e quella disinvoltura di chi sa muoversi sul terreno senza fare scena. Una guida in gamba: competente, attenta, capace di accompagnare i passi e di intuire quando il morale ha bisogno di una spinta.
Con lui viaggia anche una piccola chitarra. Una presenza inattesa, quasi una promessa: oggi, tra il fiato corto e il rumore degli scarponi, ci sarà posto anche per la musica. SK007 prende mentalmente nota: missione Monte Pizzone, equipaggiamento speciale incluso.


Quando la salita presenta il conto
Subito dopo il ristorante Quagliarella la montagna cambia tono. La salita su asfalto si fa impegnativa, ostinata. Sappiamo di avere oltre seicento metri da guadagnare in altezza; in certi tratti la pendenza sembra quasi verticale. Le gambe lavorano, il fiato si accorcia, il sudore comincia a raccontare la verità dello sforzo.
Il gruppo si sfilaccia. Ognuno cerca il proprio ritmo. Federica si attarda e io rallento, aspettando lei e Giovanna per fare da chiudifila. È una zona di cinghiali: preferisco che restiamo vicini, senza lasciare che la distanza diventi isolamento.
La cima può aspettare qualche minuto. Una persona, invece, va aspettata quando ne ha bisogno. Rimango dietro, condivido quel tratto, lascio che il passo trovi la sua misura. Anche questo è camminare: accorgersi di chi hai accanto mentre tutti guardano verso l’alto.



Il ruggito della valle
Dopo una buona mezz’ora di salita su asfalto raggiungiamo un pianoro. Il paesaggio cambia, ci lascia respirare. Guardandomi intorno penso alle foreste del Canada: una suggestione di boschi e spazio, di natura che sembra allargarsi oltre le nostre abitudini. Eppure siamo qui, in Irpinia. A volte basta salire sopra il quotidiano per scoprire quanto mondo abbiamo vicino a casa.
Vito ci raccoglie e propone un gioco. Al suo tre dobbiamo gridare tutti insieme. Ci prepariamo, aspettiamo il segnale e liberiamo la voce.
Ed eccolo: l’eco.
La valle restituisce il nostro grido, lo fa rimbombare, gli dà una forza che somiglia al ruggito di una bestia feroce. Per un momento la montagna sembra risponderci. Quella voce tornata indietro ci scuote, ci accende, rimette energia dove poco prima sentivamo soltanto fatica.
Abbiamo gridato in undici. La valle ci ha restituito una voce sola.
Il canalone e la pazienza
Ripartiamo e iniziamo a risalire un canalone. In alcuni tratti il piede tende a scivolare: serve attenzione, bisogna cercare l’appoggio, evitare di sprecare lo sforzo. Presto deviamo all’interno del bosco, dove troviamo maggiore aderenza. Vito ci conduce con maestria, scegliendo il passaggio e aiutandoci a ritrovare fiducia nel terreno.
Le faggete sono spettacolari. I tronchi accompagnano la salita, la luce filtra tra le chiome e il sentiero si stringe dentro quella bellezza. Ma la vetta è ancora lontana. Nella mia testa ritorna la quota: circa millecento metri. Possibile che sembrino così irraggiungibili?
I battiti aumentano. Il corpo reclama una pausa, gli occhi cercano un varco. Avanzo piano, con quella piccola ostinazione che conosco bene: il prossimo appoggio, poi il prossimo ancora. Non serve vincere tutta la montagna in un solo pensiero.


La croce, finalmente
Poi arriva la luce. Eccola! Il bosco si apre. Il cuore anticipa la conquista, ma la montagna ha ancora una pagina da farci leggere: siamo su un altro pianoro. Prati verdi e tante vasche, forse sistemate per raccogliere acqua piovana destinata al bestiame. È una mia impressione, mentre riprendo fiato e guardo più in alto.
Lassù la vediamo: la croce.
Adesso la vetta ha un volto. Prima dell’ultimo sforzo Vito ci regala un’altra canzone. La sua piccola chitarra trova spazio tra il respiro e l’attesa; ci raccoglie, ci alleggerisce, restituisce alle menti la voglia di continuare. Quanto può fare una guida che sa portare con sé anche un po’ di allegria!
Ce la possiamo fare. Ce la dobbiamo fare. La cima è lì, ci attende. Riprendiamo a salire piano piano, senza strappare alle gambe più di quanto possano dare. E poi, finalmente, siamo lassù.
Il panorama si apre a trecentosessanta gradi. Lo sguardo gira, cerca un confine e ne trova subito un altro, più lontano. Vorrei descriverlo fino in fondo, ma certe bellezze chiedono presenza: stare lì, sentire il proprio respiro e lasciare che gli occhi facciano il resto. La fatica è ancora nel corpo. Proprio per questo la gioia ha un sapore così pieno.


Il telo magico entra in servizio
Stendo il mio compagno di mille avventure: il celebre telo magico. Anche oggi ha conquistato la sua vetta. A guardarlo sembra soltanto un telo; appena lo apri, diventa il posto dove la stanchezza si siede e l’amicizia tira fuori il pranzo.
Leonardo prende il tagliere e comincia ad affettare pancetta e formaggio. Poi compare il suo magico liquorino. La missione ristoro è ufficialmente avviata: dopo tanto salire, ogni boccone sembra meritato due volte.
Mi godo quel momento. Il panorama davanti, il cibo condiviso, il corpo che finalmente si ferma. La montagna ci ha chiesto impegno e adesso ci lascia stare insieme, senza fretta dentro il cuore, anche se l’orologio continua a camminare.
La strada del ritorno
Alle tredici ripartiamo. Il sentiero ci appare più amico, forse perché adesso conosciamo il premio che custodiva. La discesa, però, è impegnativa. Ci richiede ancora attenzione e ci fa nascere una domanda quasi incredula: ma davvero poco fa siamo saliti da qui?
Guardare dall’alto certi tratti cambia la misura dello sforzo. Ripenso ai passi, alle soste, alla voce della valle. Il corpo ha fatto più di quanto, all’inizio, sembrasse disposto a concedere. E noi glielo abbiamo chiesto con pazienza.

Il ricordo che resta
Undici persone, una vetta portata dentro.
Alle quindici arriviamo al castello. Guardo i volti dei partecipanti: soddisfatti, segnati dallo sforzo, vivi. È lì che leggo il risultato della giornata. La natura ha vinto ancora una volta, conquistando la nostra attenzione. E noi siamo stati premiati per averle dedicato tempo, gambe e cuore.
Dietro la fatica è arrivata la soddisfazione. Quelle gocce di sudore sono diventate il piccolo sacrificio offerto a un’esperienza che sento capace di fortificare la mente e il fisico. Mi porto a casa il ricordo del limite incontrato, del passo ripreso, della bellezza raggiunta.
Grazie a Leonardo per aver scelto questa avventura. A Vito Rago per la competenza, la musica e quell’eco che ancora mi risuona dentro. A Federica, Giovanna e a tutti i compagni di questa domenica per averle dato un volto umano.
Partendo avevo davanti una montagna da salire. Tornando, ho undici volti da ricordare. E quando ripenserò al Monte Pizzone, sentirò prima di tutto quel grido: la nostra voce che attraversa la valle e torna a cercarci.
Missione compiuta. Il sudore si asciuga. Questa domenica resta.
Antonio Iaccheo · SKORPION SK007
4 ottobre 2026 · Monte Pizzone
Irpinia Trekking · guida Vito Rago